lunedì 20 Settembre 2021

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L’industria europea dell’alluminio reclama una riforma: i dazi hanno fallito

La versatilità di un prodotto come l’alluminio palesa l’importanza di questo ramo dell’industria per l’economia dei Paesi. 

Sono infatti molteplici i settori in cui tale metallo viene impiegato per la realizzazione di prodotti o componenti, da quello dei trasporti a quello delle costruzioni, dal packaging all’elettronica, dai macchinari all’automotive.

Perché proprio l’alluminio?

L’alluminio garantisce leggerezza, resistenza, duttilità, conduttività elettrica e termica e sostenibilità.   
Quest’ultima caratteristica spinge diverse industrie a preferirlo ad altri materiali. È il caso, per esempio, dell’automotive, che ha progressivamente sostituito l’acciaio con l’alluminio per la manifattura di parti ed elementi dei veicoli.

Performance ambientali migliori sono inoltre favorite dalla riciclabilità pressoché illimitata dell’alluminio. Il 75% dell’alluminio prodotto nel mondo è ancora in uso grazie alle sue potenzialità di recupero. 

Mentre la decarbonizzazione, obiettivo centrale dell’industria, trova un valente alleato nella produzione secondaria di alluminio, che consente un risparmio energetico del 95% rispetto alla produzione di alluminio primario.

Un quadro contraddittorio  

Tutti questi fattori sostengono e giustificano l’aumento della domanda di alluminio primario a livello mondiale, raddoppiata nel periodo 2005-2019 (da 32,6 a 64,2 milioni di tonnellate).
E l’incremento non pare allentarsi, con le previsioni che ipotizzano il raggiungimento di 71 milioni di tonnellate nel 2023. 

Nonostante la crescita della domanda, la produzione di alluminio primario in Europa si è ridotta di quasi il 30%. E il futuro promette ulteriori tagli alla produzione e chiusure di impianti.
Nemmeno la produzione secondaria, attualmente la principale modalità di produzione di alluminio grezzo nell’UE, riesce a coprire, in combinazione con la primaria, il fabbisogno di questo materiale nel continente. 

Come si è giunti a questa situazione? 

La carenza di materie prime in Europa ha favorito la specializzazione dell’industria dell’alluminio nelle attività di produzione di semilavorati. Si tratta perlopiù di piccole o medie imprese che coprono però il 70% del fatturato annuo dell’industria europea dell’alluminio.

Per sostenere la produzione interna di alluminio primario la Commissione Europea ha imposto un sistema di tariffe all’importazione dell’alluminio grezzo.
Questa soluzione si è rilevata non solo inefficace, ma anche controproducente. I dazi hanno infatti causato dei costi addizionali per la filiera della produzione dei semilavorati e per i consumatori finali. Un extra-costo di approvvigionamento che ammonta a 1 miliardo di euro l’anno nel periodo 2000-2017.

Le conseguenze dei dazi

Tali costi aggiuntivi hanno generato ricavi per i produttori di alluminio grezzo dell’UE e per gli smelter di Paesi, come Islanda e Norvegia, da cui è possibile importare alluminio grezzo, esente dal dazio.

Hanno inoltre indotto le imprese attive nel downstream dell’alluminio a specializzarsi in produzioni tecnologicamente avanzate per garantirsi margini di sopravvivenza. 

Infine, il quadro regolatore europeo ha incrementato la competitività di altri materiali e ha ostacolato una produzione attenta alla neutralità carbonica, favorendo semilavorati esteri a prezzi bassi.

Impostare una nuova politica commerciale

Il Green Deal europeo può sicuramente innescare un impulso virtuoso. L’UE punta ad un’economia moderna, competitiva e sostenibile. Per raggiungere tale obiettivo è necessario impostare il mercato dell’alluminio secondo logiche funzionali alla decarbonizzazione. In altri termini, si deve sostenere la diffusione di prodotti a bassa impronta carbonica, favorendoli nel prezzo, e investire nella ricerca di soluzioni eco sostenibili.

Più precisamente, per la produzione primaria occorre programmare una politica industriale e commerciale europea sulle materie prime. La competitività certificata da tecnologie sostenibili e la garanzia di un discreto margine di indipendenza dalle importazioni giustificherebbero ampiamente il sostegno dato dall’Europa a questo settore. 

Per la produzione secondaria vanno invece definite delle politiche di natura specifica che incentivino il riciclo e il riutilizzo e avvicinino la filiera dell’alluminio alle imprese dei settori utilizzatori, per una progettazione mirata, efficace e sostenibile dei prodotti finali.  

La crisi economica, dettata dall’emergenza sanitaria, può rappresentare una possibilità da non lasciarsi sfuggire. Le barriere tariffarie hanno fallito su più fronti; l’industria europea dell’alluminio richiede ora un percorso di riforma che tenga conto tanto delle opportunità di reddito e occupazione quanto delle specificità interne al settore.

Fonte: A&L Alluminio e Leghe

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